Arte, relazione e processo nel lavoro con le immagini
Silvia Corti
artista visiva e arteterapeuta
Negli ultimi anni il termine arteterapia è entrato sempre più spesso nel linguaggio comune. Viene utilizzato per descrivere attività molto diverse tra loro: laboratori creativi, percorsi artistici in contesti educativi, pratiche espressive orientate al benessere personale.
Questa diffusione ha avuto sicuramente un effetto positivo, perché ha reso più visibile il valore del lavoro con le immagini e con i materiali. Allo stesso tempo, però, ha generato una certa confusione. Non tutte le attività artistiche che producono benessere o che si svolgono in contesti sociali o educativi possono essere definite arteterapia.
Per questo motivo diventa importante chiarire cosa caratterizza realmente questa pratica.
L’arteterapia non coincide semplicemente con l’uso di tecniche artistiche né con la ricerca di un risultato estetico. Non è un corso di pittura né un laboratorio creativo orientato alla realizzazione di oggetti.
Questo non significa che le immagini prodotte nel processo arteterapeutico non possano possedere qualità formali o estetiche. Tuttavia il valore dell’esperienza non risiede nel giudizio estetico dell’opera, ma nel processo attraverso cui l’immagine prende forma e nel significato che assume per la persona che la realizza.
L’arteterapia è piuttosto uno spazio di lavoro in cui il linguaggio artistico diventa uno strumento di relazione e di esplorazione dell’esperienza.
Nel processo arteterapeutico il gesto creativo non è finalizzato alla qualità estetica del risultato, ma alla possibilità di dare forma a ciò che la persona vive, percepisce o attraversa. Disegni, segni, colori, superfici e materiali diventano modalità attraverso cui l’esperienza può emergere, essere osservata e condivisa.
In questo senso l’immagine non è un oggetto da valutare o interpretare in senso estetico, ma uno spazio di lavoro.
L’arteterapia nasce infatti dall’incontro tra il linguaggio dell’arte e la dimensione della relazione. Il processo creativo viene utilizzato come una modalità attraverso cui la persona può esplorare la propria esperienza in modo non esclusivamente verbale.
Come sottolinea Paola Coboara Luzzatto, il lavoro arteterapeutico non può essere ridotto alla produzione di immagini o alla semplice attività creativa. L’arteterapia si struttura attraverso una serie di processi che riguardano il contenimento, la relazione e la trasformazione dell’esperienza nel linguaggio delle immagini.
Nel suo lavoro Luzzatto descrive diversi elementi fondamentali della pratica arteterapeutica: la possibilità di esternalizzare il vissuto attraverso modalità non verbali, la funzione catartica e liberatoria del processo creativo, la comunicazione simbolica che emerge nelle immagini e il ruolo del terapeuta nel sostenere il dialogo tra la persona e ciò che prende forma nel lavoro artistico.
Il processo creativo diventa così uno spazio in cui la persona può entrare in relazione con le proprie immagini, osservandole, trasformandole e mettendole progressivamente in connessione con la propria esperienza. In questo senso l’arteterapia non si limita alla produzione di opere, ma accompagna un percorso che coinvolge consapevolezza, relazione e trasformazione simbolica (Luzzatto, 2018, p. 53).
Questo aspetto è particolarmente evidente nel rapporto con i materiali.
Nel lavoro arteterapeutico il gesto non è soltanto un atto tecnico: è un movimento che coinvolge il corpo, la percezione e la relazione con la materia. La resistenza della superficie, la fluidità del colore, il peso o la consistenza dei materiali diventano parte integrante dell’esperienza.
Il filosofo Maurice Merleau-Ponty, riflettendo sul rapporto tra percezione e pittura, osserva che il corpo non è semplicemente lo strumento con cui osserviamo il mondo, ma il luogo stesso in cui visione e realtà si incontrano. Il corpo è insieme vedente e visibile, parte del tessuto del mondo che percepisce. Nel gesto pittorico questa relazione diventa particolarmente evidente: il pittore non guarda il mondo dall’esterno, ma vi partecipa con il proprio corpo, trasformando l’esperienza percettiva in immagine (Merleau-Ponty, 1989, pp. 17–21).
Questa concezione incarnata della percezione ha influenzato profondamente anche molte riflessioni contemporanee sul rapporto tra corpo, gesto e materia nel processo creativo.
In questa prospettiva, l’architetto e teorico Juhani Pallasmaa sottolinea come la percezione non sia mai puramente visiva. Tutti i sensi, compresa la vista, possono essere pensati come estensioni del tatto: attraverso lo sguardo tocchiamo le superfici, anticipiamo il peso, la temperatura e la consistenza degli oggetti. Occhio e mano collaborano costantemente nella costruzione della nostra esperienza del mondo (Pallasmaa, 2009, p. 100-102).
Quando lavoriamo con immagini e materiali questa dimensione percettiva diventa particolarmente evidente. Il gesto che traccia un segno, il movimento del colore sulla carta, il contatto con una superficie attivano una forma di conoscenza che non passa soltanto attraverso il linguaggio concettuale.
L’immagine diventa così uno spazio in cui percezione, corpo ed esperienza si incontrano.
Questa prospettiva aiuta a comprendere perché il lavoro con materiali e immagini possa avere un ruolo così significativo nei contesti di cura.
In molti contesti educativi e sociosanitari il lavoro artistico assume infatti una dimensione che supera la semplice attività creativa. Quando si lavora con persone che si trovano in condizioni di fragilità o vulnerabilità, il processo artistico tende naturalmente a diventare uno spazio di relazione e di ascolto.
Accanto a questi contesti di cura, l’arteterapia è oggi utilizzata anche in ambiti non clinici.
Sempre più spesso viene proposta come pratica di benessere e di esplorazione personale, aperta a chi desidera utilizzare il linguaggio artistico come strumento di conoscenza di sé, di espressione e di crescita.
In queste situazioni il processo creativo non è necessariamente legato a una dimensione terapeutica in senso clinico, ma può offrire uno spazio in cui rallentare, ascoltarsi e sperimentare nuove forme di relazione con le immagini, con i materiali e con la propria esperienza.
Proprio per questo è importante distinguere tra attività artistiche orientate al benessere e pratiche arteterapeutiche condotte all’interno di una cornice professionale specifica.
In questi contesti il lavoro con immagini e materiali difficilmente rimane una semplice attività espressiva. Quando il processo creativo viene accompagnato da professionisti formati nell’ambito dell’arteterapia, esso tende a configurarsi come una pratica arteterapeutica, perché il lavoro con l’immagine entra inevitabilmente in dialogo con la dimensione della cura.
Questo non significa che ogni attività artistica in un contesto sociale o educativo sia automaticamente arteterapia. L’arteterapia resta una pratica specifica, che richiede una formazione e una cornice professionale precise.
Allo stesso tempo è importante riconoscere che la forma esterna dell’attività non è sufficiente a definire la natura dell’esperienza.
Formati di lavoro come laboratorio, atelier o studio aperto non determinano di per sé se un’esperienza sia o meno arteterapeutica. In molti approcci contemporanei dell’arteterapia lo studio aperto rappresenta una modalità di lavoro pienamente riconosciuta.
Come osserva Luzzatto, nello studio aperto ciascun partecipante lavora liberamente sul proprio processo creativo pur restando all’interno di uno spazio condiviso. La persona è contemporaneamente sola e in gruppo: sviluppa il proprio lavoro individuale mantenendo la sicurezza di far parte di un contesto relazionale.
Questa modalità di lavoro mette al centro la dimensione espressiva e creativa, permettendo ai partecipanti di entrare in dialogo con i materiali e con le immagini in modo autonomo, ma all’interno di un setting protetto.
Nella storia dell’arteterapia lo studio aperto ha avuto diverse fasi di diffusione, ma rappresenta una pratica fondamentale fin dalle origini della disciplina. In Inghilterra molti dei pionieri dell’arteterapia hanno iniziato proprio attraverso forme di atelier e studio aperto, mentre negli Stati Uniti questa filosofia si è sviluppata con particolare forza negli anni Novanta, anche come reazione a modelli più rigidamente medicalizzati della terapia.
Secondo questa prospettiva il setting dello studio aperto diventa esso stesso un fattore terapeutico: i partecipanti sviluppano una relazione non solo con il terapeuta, ma anche con i materiali, con lo spazio e con il processo creativo nel suo insieme (Luzzatto, 2018, p. 85-88).
In questa prospettiva l’arteterapia può essere pensata come un territorio di incontro tra tre dimensioni fondamentali: arte, relazione e processo.
L’arte offre un linguaggio fatto di segni, colori e forme.
La relazione crea lo spazio in cui questo linguaggio può essere accolto e condiviso.
Il processo permette all’esperienza di trasformarsi nel tempo.
Quando queste dimensioni si incontrano, il lavoro con le immagini diventa qualcosa di più di un’attività creativa: diventa uno spazio in cui l’esperienza può prendere forma, essere osservata e lentamente trasformarsi.
In un’epoca in cui molte esperienze tendono a essere accelerate, semplificate o ridotte a prestazione, l’arteterapia offre la possibilità di sostare nel processo.
Il gesto, la materia e il tempo dell’immagine permettono di creare un luogo in cui l’esperienza può emergere senza essere immediatamente giudicata o interpretata.
Forse è proprio in questa possibilità di creare spazi di presenza che risiede oggi il valore più profondo dell’arteterapia.
Non come produzione di opere, ma come pratica che permette di incontrare ciò che prende forma nel gesto e nell’immagine.
In questo senso l’arteterapia può essere intesa come una pratica in cui arte e relazione si incontrano, offrendo uno spazio in cui il processo creativo diventa occasione di ascolto, di presenza e di trasformazione dell’esperienza.
Luzzato, P.C. (2018). Arte Terapia. Una guida al lavoro simbolico per l’espressione e l’elaborazione del mondo interno. (4° ed.). Assisi: Cittadella Editrice.
Merleau-Ponty, M. (1989). L’occhio e lo spirito. Milano: Se.
Pallasmaa, J. (2009). The Thinking Hand: Existential and Embodied Wisdom in Architecture. Chichester: Wiley.
Immagini di processo
In questa area presentiamo una selezione accurata di immagini che catturano l’energia e il valore dell’arteterapia oggi.







Vuoi approfondire questo approccio nella pratica?
Arthesis Lab propone workshop e percorsi esperienziali in cui il processo creativo diventa spazio di relazione, ascolto e ricerca.